“Le immagini provenienti dall’Iran dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica una domanda che sembrava appartenere al passato: in caso di guerra, i cittadini italiani potrebbero essere richiamati alle armi?
Nel contesto internazionale attuale torna quindi a essere rilevante capire come funziona la leva militare in Italia e quali categorie di persone potrebbero essere coinvolte in un’eventuale mobilitazione.
Occorre innanzitutto chiarire che oggi l’Italia non decide in modo completamente autonomo un eventuale ingresso in guerra.
Le scelte vengono infatti assunte anche nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese fa parte, in particolare della Nato.
L’articolo 5 del Trattato stabilisce che un attacco armato contro uno Stato membro viene considerato come un attacco rivolto a tutti i Paesi dell’Alleanza.
Ciò significa che ogni Stato aderente è tenuto a contribuire alla difesa comune.
L’attacco che attiva questo meccanismo non deve necessariamente avvenire sul territorio di uno degli Stati membri.
In base all’articolo 6 del Trattato, può riguardare anche forze armate, navi o aeromobili appartenenti ai Paesi dell’Alleanza che si trovino nei territori degli Stati membri, in altre aree dell’Europa o nel Mar Mediterraneo.
Se il Parlamento italiano dichiarasse lo stato di guerra, l’eventuale mobilitazione seguirebbe un ordine preciso. Per prima cosa verrebbe impiegato il personale militare già in servizio nelle Forze Armate, cioè:
-Esercito
-Marina
-Aeronautica
-Carabinieri
-Guardia di Finanza
Se queste forze non fossero sufficienti, si passerebbe al richiamo dei riservisti, ossia di coloro che hanno svolto il servizio militare e lo hanno concluso da meno di cinque anni.
Solo in uno scenario più grave, come quello di un conflitto diretto sul territorio nazionale, e nel caso in cui militari in servizio e riservisti non bastassero, si potrebbe arrivare al coinvolgimento dei civili.
In questa ipotesi potrebbero essere chiamati i cittadini tra i 18 e i 45 anni giudicati idonei dalle commissioni mediche.
Anche in caso di mobilitazione generale alcune categorie resterebbero comunque escluse dalla chiamata alle armi perché svolgono funzioni essenziali per la sicurezza e l’ordine pubblico. Tra queste rientrano:
Vigili del Fuoco
– Polizia penitenziaria
– Polizia di Stato
– Polizia locale
L’eventuale convocazione avverrebbe tramite le cosiddette liste di leva, nelle quali vengono iscritti i cittadini maschi al compimento del diciassettesimo anno di età. Dopo la chiamata è prevista una visita medica che può avere tre possibili esiti:
1. idoneo, quindi arruolabile;
2. rivedibile, cioè temporaneamente non idoneo e da sottoporre a una nuova visita;
3. riformato, quindi permanentemente non idoneo al servizio militare ed escluso in via definitiva.
Va inoltre ricordato che, se la chiamata alle armi venisse attivata, avrebbe carattere obbligatorio.
L’articolo 52 della Costituzione stabilisce infatti che “il servizio militare è obbligatorio nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge”.
Il rifiuto di presentarsi alla chiamata costituirebbe pertanto un reato.
Per quanto riguarda le donne, la normativa attuale prevede che la leva obbligatoria riguardi solo gli uomini. Tuttavia il principio costituzionale non esclude, in astratto, una possibile estensione anche al genere femminile.
In ogni caso, durante lo stato di gravidanza le donne non potrebbero essere obbligate al servizio militare.
In sintesi, oggi la leva militare in Italia è sospesa, ma non abolita.
Questo significa che, in presenza di determinate condizioni e con una decisione delle istituzioni competenti, potrebbe essere riattivata secondo le modalità previste dalla legge. “
Avv. Giuseppina Gilda Ferrantello