Il porto canale e il fiume Mazaro, un tempo cuore pulsante di Mazara del Vallo, oggi versano in condizioni di grave degrado.
La mancata escavazione del fondale, promessa più volte ma mai realizzata, ha trasformato quello che poteva essere un motore per la pesca e il turismo in un simbolo di abbandono e sprechi.
Negli anni sono stati persi circa 2 milioni di euro tra studi di fattibilità e rimpalli burocratici tra Regione e Comune.
Studi su studi che, alla prova dei fatti, non hanno portato a nulla di concreto: eppure, l’escavazione non dovrebbe essere materia di grandi progetti, ma un intervento urgente e necessario per garantire la navigabilità delle imbarcazioni, spesso intrappolate nei fanghi accumulati nel tempo.
Il comparto della pesca, già indebolito da crisi economiche e normative sempre più stringenti, si trova così ulteriormente penalizzato.
Allo stesso tempo, il sogno di un fiume pulito, capace di diventare anche un percorso turistico di valore, resta una mera illusione.
Ogni campagna elettorale rispolvera il tema, trasformandolo in uno specchietto per le allodole per raccogliere voti da una cittadinanza sempre più sfiduciata.
Nessuna forza politica, però, ha mai fatto piena luce sulle responsabilità delle risorse perse e degli interventi mancati.
A questo si aggiunge un problema evidente e sotto gli occhi di tutti: i relitti delle imbarcazioni abbandonate.
Molti armatori, piegati dalla crisi, non hanno più i mezzi economici per smaltirle e finiscono per lasciarle marcire in acqua, trasformando il porto in un cimitero galleggiante di ferri arrugginiti.
Oltre al danno d’immagine, la presenza di queste carcasse rappresenta un pericolo ambientale e un problema di decoro urbano.
Un primo passo concreto potrebbe essere avviato attraverso fondi dedicati alla demolizione dei relitti, con la collaborazione tra Capitaneria di porto, Comune e armatori.
Un’azione che restituirebbe almeno dignità visiva e ambientale a un’area che oggi appare dimenticata.
Il porto canale di Mazara del Vallo non è solo una questione di barche e fanghi: è il vero polmone della città, un patrimonio che, se valorizzato, darebbe nuova linfa non solo alla pesca, ma anche al turismo e all’economia locale.
Perché continui a respirare, però, servono meno promesse e più fatti.
Adriana Cavasino

























