Una posizione strategica nel Mediterraneo, un patrimonio storico e culturale unico, una marineria che ha fatto scuola nel mondo e un territorio ricco di risorse. Eppure Mazara del Vallo continua a inseguire uno sviluppo che sembra sempre a portata di mano, ma che non si concretizza mai del tutto. Perché?
Da decenni Mazara viene descritta come una città dalle enormi potenzialità. Una definizione che ormai rischia di trasformarsi in un luogo comune. Perché le potenzialità, da sole, non bastano. Occorrono visione, programmazione, capacità amministrativa e una classe dirigente in grado di trasformare le opportunità in risultati concreti.
La città possiede caratteristiche che molte realtà del Mezzogiorno le invidiano. Un porto tra i più importanti della Sicilia, una lunga tradizione peschereccia, un centro storico di straordinario valore architettonico, un’identità multiculturale consolidata ben prima che il tema dell’integrazione diventasse centrale nel dibattito nazionale ed internazionale. A ciò si aggiungono le vicinanze con siti archeologici, aree naturalistiche e un patrimonio enogastronomico che potrebbe rappresentare un potente motore turistico.
Eppure i numeri raccontano una realtà diversa. Giovani che continuano a lasciare il territorio in cerca di migliori opportunità per il futuro, investimenti che stentano ad arrivare, infrastrutture spesso inadeguate e una percezione diffusa di immobilismo.
Il paradosso di Mazara è che i suoi principali settori strategici esistono già. Non devono essere inventati. Pesca, agricoltura, gastronomia, turismo e cultura dovrebbero rappresentare i grandi volani economici della città. In qualsiasi territorio che possieda contemporaneamente un porto peschereccio di rilevanza internazionale, produzioni agricole di qualità, una tradizione culinaria riconosciuta, un patrimonio storico straordinario e un’identità culturale unica, questi settori costituirebbero il cuore di un modello di sviluppo integrato.
A Mazara, invece, tali risorse continuano a procedere spesso in ordine sparso. La pesca vive una stagione di difficoltà e trasformazioni senza che si sia riusciti a costruire una vera filiera capace di generare valore aggiunto. L’agricoltura resta un comparto importante ma poco collegato a una strategia territoriale complessiva. La gastronomia, pur rappresentando una delle eccellenze locali, non è ancora diventata un marchio distintivo capace di attrarre flussi turistici significativi durante tutto l’anno. Il turismo cresce lentamente ma continua a essere percepito come un settore complementare anziché come una leva economica strategica. La cultura, infine, viene troppo spesso considerata una voce di spesa e non un investimento produttivo.
Di chi sono le responsabilità?
La risposta più immediata porta alla politica e alle amministrazioni che si sono succedute negli anni. È difficile negare che sia mancata una visione organica di sviluppo. Troppo spesso si è amministrato il presente senza progettare il futuro. Sono mancati piani di lungo periodo, capacità di attrarre investimenti, continuità nelle scelte strategiche e soprattutto la volontà di costruire un’identità economica forte e riconoscibile della città.
Ma fermarsi alla politica sarebbe riduttivo.
Le responsabilità coinvolgono l’intera classe dirigente locale: istituzioni, associazioni di categoria, mondo imprenditoriale e rappresentanze sociali. Per troppo tempo ciascun settore ha difeso il proprio spazio senza contribuire alla costruzione di una strategia comune. È mancata la capacità di fare sistema, di unire le forze e di comprendere che la competitività di un territorio dipende dalla collaborazione tra i suoi attori principali.
Anche la società civile non può chiamarsi completamente fuori. Una comunità cresce quando sviluppa partecipazione, spirito critico e capacità di pretendere qualità dalla propria classe dirigente. Dove prevalgono rassegnazione e disillusione, il cambiamento diventa più difficile.
La sensazione diffusa tra molti cittadini è quella di una città che corre al di sotto delle proprie possibilità. Una città che possiede tutti gli ingredienti per diventare uno dei principali poli economici e turistici della Sicilia occidentale, ma che continua a rimanere intrappolata tra occasioni perdute, progettualità incompiute e promesse mai realizzate.
Il vero interrogativo non è se Mazara abbia le risorse per crescere. Le ha già. La vera domanda è perché queste risorse non siano mai state trasformate in un modello di sviluppo stabile e duraturo. Finché la politica, le istituzioni economiche e la società nel suo complesso non sapranno fornire una risposta credibile, Mazara continuerà a essere ricordata come la città delle mille potenzialità.
Una definizione che, dopo tanti anni, rischia di suonare più come una giustificazione che come un complimento.
Avv. Antonino Asaro























