Sui manifesti recanti l’annuncio della fatal impresa narrativa, il titolo era quello de “La Passiata, cunti e canti per viuzze e curtigghi” in dialetto (appunto!).
In alto, a incorniciarlo, i loghi dei promotori (audaci, lo si deve riconoscere!): dal Centro per il Libro e la Lettura a Mazara-Città che legge e poi degli ideatori, l’istituto industriale Ruggiero D’Altavilla e l’istituto comprensivo Boscarino-Castiglione, sotto la dirigenza unica della dott.ssa Grazia Maria Lisma. Nel suo intervento, la dirigente ha ricordato come il siciliano non sia soltanto una lingua da studiare o da conservare, ma una casa di parole, memorie ed emozioni capace di raccontare chi siamo. Dichiarandosi cultrice e appassionata della lingua siciliana, ha espresso il suo apprezzamento per un’iniziativa che restituisce voce alle radici e affida alle nuove generazioni il compito di custodirle e farle vivere.
In veste di ascoltatori-visitatori, “li picciridddi” e “li maestri” dell’istituto comprensivo “Borsellino-Ajello”. Nel ruolo principale, iddi, picciridddi e picciotti cuntastorie per un giorno (e chissà se solo per un giorno!
Chi si trovava, dunque, per le vie del centro storico della città, in quel venerdì mattina così caldo e luminoso, si sarà, con suo grande stupore e sorpresa, imbattuto intanto, in una mini troupe di giovani intervistatori. “’Ni la duna ‘na parola o un detto in siciliano?”, questa la domanda che molti si sono sentiti rivolgere.
E lì, davvero, si è squadernata la meravigliosa inventiva e musicalità e ricchezza del nostro dialetto. “Palori e ditti” filmati, registrati e trascritti In “pizzini” colorati custoditi dentro una scatola da aprire ad una successiva condivisione.
Sempre “passiannu e spirigghiannu facenni”, l’incredulo cittadino (insieme a li picciriddi di la scola elementari) avrà assistito e (speriamo, ascoltato) storie: lu respiri di lu ranni Conti, lu Cuntudi Colapisci, A principissa Sicilia, Li Tri Ninfe, Lu cuntu di l’omucani, Santu Vitu di Mazara (Arco Normanno – Villa – Piazza della Repubblica), Lu proclama di Re Ruggero e poi storie di Giufà (Vicolo Giattino) e “La ‘atta e lu surci” riletta da Giuseppe Pitrè (il Giardino delle Arance di nonna…..), ‘A liggenda di Satalaviti a Largo Mahdiyya e Triricunu davanti la Chiesa di San Michele.
Insomma, un labirinto fisico e geografico ad ospitarne uno narrativo.
E per evitare di rimanerne imprigionati, ecco le provvide guide a segnare il cammino di la passiata.
L’ultimo scenario, quello in cui incontrarsi e davvero misurarsi con il dialetto e le sue infinite possibilità, è quello della Biblioteca Comunale i cui spazi, sotto gli alberi, all’ombra (ma non troppo), si sono prestati alla disfida finale: “Parlamu sicilianu”, gioco a squadre alla ricerca di parole antiche.
Come, poi, la musica possa fermare il tempo e renderlo meravigliosamente infinito, lo ha raccontato il cantautore mazarese Cico Messina: intrattenendosi in una intima (diciamo!) conversazione cu ranni e picciriddi, ha raccontato la scoperta del suo siciliano fatto di note e di incanto, rendendo omaggio alla potenza visionaria ed evocativa di uno strumento linguistico, il nostro, che è identità, radici, memoria, resistenza, emozione.
Solo per pochi attimi, è il suono della sua voce a raccontarci una storia, quella cantata in Sikelia: “Vogghiu stari ca, runni c’è Totò, runni c’è Nanà, tra li pajmi e l’isoli, è cchiu duci a camurria, lu me cori riri canta Sikelia”.
E accussì finì la passiata. In fin dei conti, è stata quello che una passiata dev’essere: tempo, spazio, incontro, ascolto, distrazione, attenzione, scoperta e riscoperta, gioia di stare insieme, voglia di parlarsi, in tutte le lingue che capitano, raccontarsi, perdersi e rimettersi in cammino.
E non solo: “sta passiata” secunnu mia, è stata qualcosa di più: una fusione di anime e di luoghi. Una sorta di passaggio di testimone, un “traghetto” (come quello di Scilla e Cariddi, sì) da un tempo ad un altro e poi un altro ancora. Il ponte è quello di narrazioni che sono le nostre radici. Eh sì, “vogghiu stari ca”. E si minni è gghiri, pì travagghiari, pì sturiari, p’ha divintari ranni, c vogghiu turnari, picchì cca è lu me postu e non c’è postu dunni mi sentu cchiù ala casa di ccà. In Sikelia.
Anna Lisa Lo Sciuto




















