Le anfore sommerse e il mistero di una nave mercantile di oltre duemila anni fa Tra II e I secolo a.C. il Mediterraneo era già una grande autostrada commerciale. E quelle anfore potrebbero essere la traccia di una nave mercantile tardo-repubblicana.
Ci sono fotografie che documentano un ritrovamento e fotografie che, invece, sembrano porre una domanda. Quella delle anfore adagiate sul fondale del mare antistante Mazara del Vallo appartiene, a mio avviso, alla seconda categoria. Che cosa trasportava quella nave? Da dove proveniva? Dove era diretta? E soprattutto: possiamo davvero definirla semplicemente una “nave romana”, come già qualcuno ha ipotizzato? È proprio da quest’ultima domanda che vale la pena partire. A un primo esame delle forme visibili nella documentazione fotografica, le anfore sembrano compatibili con tipologie commerciali della tarda età repubblicana, forse riconducibili alla famiglia delle Dressel 1, ampiamente utilizzate tra il II e il I secolo a.C. per il trasporto del vino. Ma il condizionale è d’obbligo. Una fotografia non può sostituire l’analisi archeologica. Per stabilire con certezza la tipologia occorrerebbe esaminare gli orli, le anse, i puntali, gli impasti ceramici e il contesto nel quale i reperti sono stati rinvenuti. E tuttavia l’ipotesi è sufficientemente suggestiva da permetterci di aprire una finestra su un Mediterraneo di oltre duemila anni fa. Se quelle anfore fossero effettivamente del tipo Dressel 1, potremmo trovarci davanti alle tracce di un carico vinario destinato al commercio. Non dunque una nave da guerra, ma una navis oneraria: una nave mercantile costruita per trasportare merci attraverso il Mediterraneo. Ed è qui che la posizione di Mazara del Vallo assume un significato straordinario. Oggi siamo abituati a considerare la Sicilia occidentale come una periferia geografica. Nel mondo antico era esattamente il contrario. Mazara non era ai margini del Mediterraneo: era dentro il Mediterraneo. Le sue acque si trovavano lungo rotte che mettevano in comunicazione la penisola italiana, la Sicilia, il Nord Africa e il Mediterraneo occidentale. Una nave carica di vino poteva dunque attraversare il mare seguendo direttrici commerciali che univano territori, popolazioni e mercati molto distanti fra loro. Ecco perché definire quelle anfore semplicemente “romane” potrebbe essere riduttivo. Un’anfora può essere prodotta in un determinato territorio, trasportata da una nave proveniente da un altro luogo e destinata a un mercato ancora diverso. Nel Mediterraneo antico merci e uomini viaggiavano continuamente, molto prima che noi imparassimo a parlare di globalizzazione. Quelle anfore, dunque, potrebbero raccontare proprio questo: la dimensione internazionale del commercio antico. Possiamo perfino immaginare la nave. Uno scafo robusto, una stiva profonda, le anfore disposte accuratamente una accanto all’altra e probabilmente su più livelli, un grande albero e le vele capaci di sfruttare i venti mediterranei. Una nave commerciale, non militare. Una nave il cui equipaggio conosceva il mare e le sue rotte. Poi qualcosa accadde. Una tempesta? Un’avaria? Un errore di navigazione? Un incidente? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che il mare, alla fine, ha conservato ciò che gli uomini non hanno potuto conservare: il carico e la memoria di quel viaggio. Ed è proprio questo l’aspetto più affascinante dell’archeologia subacquea. Il mare non restituisce soltanto oggetti. Restituisce storie. E quelle di Mazara potrebbero essere ancora tutte da leggere. Prima di pronunciare la parola “romano”, dunque, sarebbe forse più corretto parlare di un possibile relitto commerciale tardo-repubblicano. Saranno gli archeologi, attraverso lo studio delle anfore, degli eventuali reperti associati e soprattutto della struttura della nave, a dirci se questa interpretazione sarà confermata. Ma una cosa possiamo già dirla. Più di duemila anni fa, nelle acque che oggi appartengono a Mazara del Vallo, passavano uomini, merci e navi che partecipavano alla grande storia del Mediterraneo. Quelle anfore potrebbero essere ciò che resta di uno di quei viaggi. E forse la cosa più straordinaria è proprio questa: la nave è affondata più di duemila anni fa, ma il suo viaggio è appena ricominciato.
Danilo Di Maria




























