Scriveva P.P. Pasolini “Io lo so. Ma non ho le prove.”
Io lo so e lo sa anche la gran parte di noi. Io non ho le prove giudiziarie e gran parte di noi non le hanno. Però, ho la capacità di mettere in sequenza fatti, accadimenti, dichiarazioni, ipocrisia e verità falsate.
Le verità, quelle vissute e quelle raccontate, si snodano come linee parallele: quelle vissute lasciano cicatrici, sofferenza, dolore, rabbia, senso di impotenza e quelle raccontate servono solo ad ammansirci, a regolarci, a sminuire la rabbia e a lenire il dolore delle cicatrici fino a farci credere si siano rimarginate.
Chi di noi non ricorda la scandalosa gestione dei referti oncologici costati la vita a Maria Cristina Gallo e l’irreversibile progressione della malattia in decine di persone? I numeri dell’inchiesta sono noti: più di oltre
3.000 referti istologici arretrati con oltre otto mesi di ritardo nella consegna.
Oggi le giornate commemorative non bastano a colmare la sensazione che il sistema non sia realmente cambiato. Cambiato, infatti, non è!
Negli ultimi due mesi mi sono trovata più volte a dover fare una vista specialistica e ad avere bisogno di un esame diagnostico da soddisfare entro dieci giorni. Oggi, per l’ennesima volta al CUP, è andato in scena il solito copione. Alle 8:15 una fila disordinata si affastella preso un erogatore di numeretti che un operatore cerca di smistare e indirizzare nei due sportelli aperti sui cinque totali.
Nel tabellone le chiamate vengono visualizzate con lentezza e ognuno di noi presente in quell’ufficio sa che passeranno ore in attesa. Alle 8:27 il mio numeretto F034 (ve ne sono altri con altre lettere a seconda del tipo di richiesta) mi dichiara a chiare lettere che il mio turno non arriverà prima delle ore 11:00.
Il mio turno arriva alle ore 10:46. Allo sportello mi si dice che la priorità dei 10 giorni della mia ricetta non può essere rispettata. Il primo appuntamento disponibile è per il mese di marzo 2027: la dipendente non mi consiglia di accettare ed io non ho intenzione di farlo. Mi spiega che, per questo tipo di esame diagnostico, l’ASP di Trapani ogni giorno soddisfa quattro richieste e che potrei ritentare domani mattina.
Il dialogo risulta uno stralcio di testo teatrale tra il drammatico e il comico. “Se domani arrivassi, come oggi, alle 8:00 del mattino e il CUP apre alle 8:15 come potrei pensare che possa io essere fra i primi quattro che avranno diritto all’esame con richiesta breve entro i dieci giorni?” “Nessuna!” mi risponde. Insomma, il dilemma è presto spiegato. Per accaparrarsi quelle poche concessioni che l’ASP dispensa bisogna mettere le tende davanti la porta di ingresso del CUP e, difatti, molti “mettono le tende” dentro una macchina, arrivano alle quattro della notte e iniziano la giornata trascrivendo il proprio nome su di un foglietto. Un nome dietro l’altro, man mano che gli utenti arrivano, e la lista dei nomi si allunga. Così, vanno via per poi ripresentarsi alla 8:00 del mattino. In quella lista stamattina risultavano iscritte oltre trenta persone che l’addetto ai numeretti ha religiosamente rispettato, quasi fosse una legge divina che non può e non deve trovare disconferma da parte di nessun dirigente ASP.
Io non voglio farla tanto lunga raccontandovi i fatti miei. Semplicemente, i fatti miei sono uguali ai fatti di centinaia di utenti che ogni giorno in quel CUP passano intere mattinate. Ormai assuefatti, rassegnati, saturi e indifferenti ad una condizione di dipendenza dal sistema tanto da non riuscire a vedere le storpiature che lo stesso sistema genera.
A cosa servono le tavole rotonde e le commemorazioni se non si è in grado o, colpevolmente, non si vuole organizzare una sanità di base che renda l’accesso alle cure un diritto?
Parole pronunciate e poi svuotate del loro significato, concetti alti e nobili snocciolati senza fretta.
Parlano di diritti, universalità delle cure, ma troppo spesso tutto si esaurisce nella solennità degli interventi, senza tradursi in azioni, responsabilità e cambiamenti concreti.
Nel mentre la sanità privata fa utili.
Io non so perché le cose van così, ma ho le prove.
Anna Quinci