…06:59, la sveglia non era quella del cellulare, del resto era il Primo Novembre 1986 (avevo l’età che ha oggi mio figlio Alessio) bensì era il trambusto del Bar Rocca sotto casa, il rumore del macinacaffè, il tintinnare dei cucchiaini, il “dammi 3 “INISSE” (IRIS)!” urlato da Ciccio Randazzo, che stranamente era lucido, ma che già alle 7:05, sembrava in diretta da Sanremo.
La sveglia era un mix tra tutto questo e l’aroma di caffè e latte proveniente dal piano di sopra di casa mia.
Io, sotto le lenzuola ed il copriletto leggero (a Mazara, era ancora troppo presto per le coperte), cercavo di rimandare l’inevitabile…indossare i vestiti buoni, quelli della festa.
Quelli che stringevano in vita come un giuramento, con la camicia che pizzicava al collo ed i pantaloni di velluto (o fustagno) che facevano rumore ad ogni passo.
L’unica cosa che mi dava forza e coraggio per uscire dal mio “giaciglio”, era il momento più “magico” (a tratti macabro) e misterioso dell’anno…la ricerca sotto i letti.
Eh sì, perché i “morti”, quella notte, erano passati a trovarci e, come da tradizione, avevano lasciato qualche dono.
Nessuna PlayStation, (Nintendo ai tempi) né Lego, ma la felicità era la stessa. Trovavi, o caramelle, come quelle che stazionavano sul tavolo del salone di Nonna Maria, (forse, proprio quelle) dure come il marmo ma dolci come il suo sorriso, oppure, “i PupiDiZucchero”….immangiabili (per quanto mi riguarda), duri come un tavolino in vetro, colorati malissimo (stile Annabelle), ma (stranamente) il dono più ricercato!
Li avevo già intravisti, qualche giorno prima, nascosti dentro l’armadio di Nonna Antonia, tra un centrino e l’altro, immersi nell’aroma immortale di naftalina. Nascondiglio top secret, come se fossero lingotti d’oro…
Dopo la “caccia”, arrivava (inevitabilmente) il dovere…si andava al cimitero.
Tutta la famiglia, in formazione compatta, armati di bidoncini da 4 litri della candeggina (riciclati con orgoglio), stracci, spazzole e fiori freschi. Si pulivano le balate” di marmo, si buttavano i fiori secchi, si sistemavano lumini e ceri. Ogni gesto aveva un rispetto antico, silenzioso. Le nonne, la mamma, le zie, parlavano piano, gli uomini annuivano con le mani in tasca, ed io, con quei improponibili pantaloni di fustagno (o velluto) stretti in vita, esploravo le catacombe e le tombe più antiche, insieme ad i cugini. .e (da solo) portavo un fiore (trovato per terra) alla simpatica vecchietta, quasi di fronte la lapide del nonno, che era deceduta 100 anni prima della mia nascita 1879 (ancora oggi, dovrebbe essere li)!!
Nel frattempo, in fondo al viale, si sentivano i ragazzi del “Cu avà chiantà… cu avà a scippà…”
Cantavano a squarciagola, stonati ma felici, per guadagnarsi 200 o 500Lire per ogni mazzo sistemato sui punti più alti. I più generosi o i più distratti, tiravano fuori anche le 1000 lire! Io li guardavo ammirato, sognando di fare anch’io “quel lavoro da grande”, anche se mi tremava la voce solo all’idea di parlare a voce alta davanti a qualcuno, ed attendevo il suono della sirena del cimitero, per andare a casa, togliere la camicia inamidata ed il pantalone (Fustagno misto Velluto), da riporre per bene sulla sedia, pronto per il 2 Novembre!
Era un tempo in cui bastava poco per sentirsi parte di qualcosa…un letto sotto cui cercare, una nonna che ti faceva credere nei “morti buoni”, una mattinata ed un pomeriggio al cimitero, ed il profumo della pasta al forno (con uova, piselli e mortadella) fatta all’alba, che ti accoglieva al ritorno!
Oggi magari abbiamo mille cose in più, ma certe mattine di Novembre, se chiudi gli occhi, puoi ancora sentire il rumore dei bidoncini, le voci dei ragazzi, e quel profumo di naftalina e zucchero che sapeva di casa.
(Foto creata con AI)
Apollo Salvatore

























