Mazara Due, quartiere periferico di Mazara del Vallo, torna ancora una volta al centro delle cronache per il degrado e l’abbandono dei rifiuti. Non è una novità, purtroppo: cumuli di spazzatura, discariche a cielo aperto e strade dissestate raccontano una storia che sembra ripetersi senza fine.
Il problema non è solo l’incuria, ma il silenzio che lo avvolge. È come se, quando i riflettori dell’attenzione pubblica e politica si spengono, anche la speranza di un cambiamento svanisse. Mazara Due diventa così un luogo etichettato come “perduto”, un quartiere dove molti pensano che sia inutile investire energie perché “tanto non cambierà mai”.
Eppure questa rassegnazione è la vera sconfitta. Ogni volta che ci si arrende, che si considera un territorio marginale come una battaglia persa, si rinuncia anche al dovere collettivo di garantire dignità a chi ci vive. È un meccanismo perverso: più un luogo è abbandonato, meno attenzione riceve; meno attenzione riceve, più sprofonda nel degrado.
C’è poi un’altra ferita che pesa ancora di più: Mazara Due non può essere considerata soltanto un bacino di voti da sfruttare durante le campagne elettorali, con promesse che puntualmente vengono dimenticate subito dopo. Questa logica strumentale ha alimentato disillusione e rabbia, trasformando la sfiducia in rassegnazione.
Ma la realtà è che il cambiamento è possibile. Servono perseveranza, costanza, la volontà di non abbandonare questi spazi al destino che altri hanno scritto per loro. Puntare i riflettori su Mazara Due non significa solo raccontare un problema, ma continuare a seguirlo, vigilare, denunciare e proporre soluzioni.
Il quartiere non è una perdita di tempo: è un pezzo della città che merita rispetto, cura e opportunità. Spegnere i riflettori equivale a spegnere le speranze di chi ogni giorno, nonostante tutto, continua a viverci e a credere che un futuro diverso sia possibile.
Mazara Due non deve restare un simbolo di abbandono, ma può diventare la prova che, con impegno e coraggio, anche i luoghi più difficili possono rinascere.
Adriana Cavasino























